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  • TERAPIA DEL DOLORE: MOLTE REGIONI NON GARANTISCONO UN ADEGUATO ACCESSO. IL COMMENTO DEL PROF. FANELLI

    TERAPIA DEL DOLORE: MOLTE REGIONI NON GARANTISCONO UN ADEGUATO ACCESSO. IL COMMENTO DEL PROF. FANELLI

    Paradossi italiani. L’Italia può vantarsi di avere la legge sulla terapia del dolore più invidiata del mondo, ma è anche il paese in cui si è lasciato morire un malato di cancro terminale in un pronto soccorso della Capitale, dopo 56 ore di sofferenze.

    Luci e ombre. Tante, tantissime, che oscurano uno dei traguardi legislativi più progressisti raggiunti dal nostro paese. In Italia la Legge 38 del 2010, che ha riorganizzato l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, nonché sdoganato l’uso dei farmaci oppioidi, viene ancora applicata a macchia di leopardo, con delle “disparities” imbarazzanti, che sono state al centro dell’edizione 2016 del Workshop IMPACT proactive, incentrato sulle tante disuguaglianze di un paese che viaggia su binari divergenti.

    «Sono passati sei anni dalla sua promulgazione e ci sono ancora molte regioni che non hanno formalizzato l’impegno a recepire gli indirizzi dettati dalla normativa», commenta Guido Fanelli, professore ordinario dell’Università degli Studi di Parma, membro del Comitato Scientifico di IMPACT proactive e “padre” della Legge 38, per la cui corretta applicazione e si batte da anni. «Anche in quel 75% del territorio nazionale dove la normativa è stata recepita sulla carta, ci sono ancora molte Regioni che di fatto non garantiscono ai malati l’accesso alla terapia del dolore – racconta -. Così succede, ad esempio, che a Roma i due centri Hub, ovvero le strutture preposte a erogare la terapia del dolore, non funzionano e i malati vengono reindirizzati nei centri Spoke, ovvero in strutture intermedie che dovrebbero offrire solo supporto ai centri Hub. Generando in questo modo una confusione pazzesca e ostacolando l’accesso dei malati alle terapie garantite da una legge della Repubblica».

    In Italia i centri Hub sono 25, tuttavia ci sono ancora milioni di pazienti con dolore cronico che non ricevono cure appropriate. In totale, a soffrire di dolore cronico è il 26% della popolazione e tra questi solo il 5% è un malato oncologico. «Questo significa che ci sono milioni di italiani che convivono con lombalgia, artrite, cefalea, fibromialgia e altre malattie croniche, costretti a lavorare o a svolgere tutte le loro attività quotidiane sopportando un dolore che invece potrebbe essere trattato efficacemente», sottolinea Fanelli.

    Ma il problema è più complesso e radicato: le carenze nella terapia del dolore non riguardano solo l’organizzazione dei centri Hub e Spoke, ma anche e soprattutto la sensibilità di ogni singolo medico. Nel nostro paese, infatti, tra i medici è molto diffuso un pregiudizio nei confronti dei farmaci oppioidi. «I medici tendono a non prescrivere i farmaci oppioidi anche nei casi in cui i pazienti ne hanno davvero bisogno per il timore ingiustificato di eventi avversi», dice Fanelli. «Lo scarso impiego degli oppioidi rappresenta una delle principali sacche di inappropriatezza terapeutica, e quindi di inefficienza, che ancora caratterizza il nostro sistema», aggiunge, sottolineando che l’Italia spende per gli oppioidi 1,7 euro per abitante a fronte dei 10 euro spesi in Germania. Questo si traduce in un consumo spropositato di antinfiammatori non steroidei, i famosi Fans, che spesso risultano insufficienti a trattare il dolore, e che possono essere responsabili di effetti collaterali anche gravi.

    Un tragitto quindi, quello della corretta applicazione della Legge 38, che è ancora a metà percorso. E nessun paziente, che affronta il dolore giorno dopo giorno, dovrebbe essere lasciato indietro.

     

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