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  • Parkinson e dolore: buone notizie da una ricerca recente

    Parkinson e dolore: buone notizie da una ricerca recente

     

     

    Parkinson e dolore: un’accoppiata (purtroppo) assai frequente. Tra i sintomi più comuni di chi soffre di questa patologia neurodegenerativa c’è infatti anche il dolore, presente nel 60% dei casi, spesso anche prima dell’esordio dei disturbi motori; si tratta però di una sintomatologia  frequentemente sottostimata e trattata spesso in maniera inappropriata.

    Numeri imponenti, se si tiene conto che sono circa 300.000 gli italiani colpiti da malattia di Parkinson  (nella metà dei casi l’esordio avviene dopo i 60 anni, tuttavia questa patologia neurodegenerativa non risparmia anche i più giovani: un malato su quattro è under 50).

    «Sebbene sia da tempo riconosciuto come una caratteristica della malattia di Parkinson, con una prevalenza del 60% dei pazienti e un forte impatto sulla qualità di vita, il dolore è un sintomo non adeguatamente valutato e generalmente sottotrattato, per la difficoltà nel definirne le manifestazioni cliniche in maniera appropriata», spiega Angelo Antonini, Direttore Unità Operativa per la Malattia di Parkinson e i disturbi del movimento presso l’IRCCS Ospedale San Camillo di Venezia.

    «La sintomatologia dolorosa può apparire in qualsiasi momento nel corso della patologia e, spesso, è presente anni prima che venga effettuata una diagnosi clinica. In base alla classificazione adottata da diversi studi, nel Parkinson si distinguono varie tipologie di dolore legato alla malattia: quello correlato alle fluttuazioni motorie e ai movimenti involontari discinetici, il dolore centrale, quello secondario ad alterazioni del sistema muscolo-scheletrico, il dolore nocicettivo, neuropatico e cronico. In aggiunta a questa complessità, i pazienti possono presentare altre comorbilità, come l’artrosi e la depressione che hanno un impatto negativo sulla loro qualità di vita e dei familiari. Inoltre, quando il dolore diventa cronico, si instaurano cambiamenti nelle connessioni cerebrali che ne complicano ulteriormente il trattamento. Riconoscere il dolore usando scale specifiche di valutazione è, quindi, importante per definire il corretto approccio terapeutico, inclusa la riabilitazione motoria».

    Una buona notizia però per chi soffre di dolori causati dal Parkinson arriva da uno studio in doppio cieco randomizzato e controllato sul trattamento antalgico associato al Parkinson, pubblicato su The Lancet Neurology, che ha dimostrato l’efficacia analgesica e il buon profilo di tollerabilità di ossicodone-naloxone a rilascio prolungato in pazienti con dolore severo di varia natura: muscolo-scheletrico, viscerale, addominale, orofacciale, agli arti e notturno. Il trial ha coinvolto 47 centri di 7 Paesi (Repubblica Ceca, Germania, Ungheria, Polonia, Romania, Spagna e Regno Unito), per un totale di 202 pazienti, di età media 67 anni, con malattia di Parkinson di entità medio-grave (stadio di Hoehn e Yahr II-IV) e dolore severo almeno di grado 6, in base alla scala NRS da 0 a 10. Sono stati randomizzati 93 soggetti al trattamento con ossicodone-naloxone, alla dose iniziale di 5/2,5 mg due volte al giorno, mentre 109 pazienti hanno ricevuto un placebo. Durante le 16 settimane di terapia, l’associazione dell’oppioide con il suo antagonista ha determinato una riduzione della sintomatologia dolorosa maggiore rispetto al placebo, con risultati significativamente superiori fino alla 12a settimana. Tutte le forme di dolore riferito sono migliorate e, in particolare, quello notturno e quello muscolo-scheletrico. Nel dettaglio, quasi la metà dei pazienti trattati con il farmaco (48%) ha riscontrato una diminuzione di almeno il 30% del dolore, contro il 34% di coloro che hanno assunto il placebo.

    Un risultato che apre prospettive interessanti, come spiega Antonio Pisani, Professore associato di Neurologia presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata: «Il neurologo generalmente tratta il dolore nel malato di Parkinson potenziando la terapia a base di farmaci dopaminergici, che il paziente già assume. Raramente sono utilizzati gli oppiacei, sia a causa dei pochi dati scientifici disponibili sino a qualche tempo fa, sia per timore di effetti collaterali, quali la sedazione e la costipazione, soprattutto in una popolazione ‘fragile’ come quella affetta da Parkinson. I risultati dello studio hanno, invece, dimostrato l’efficacia e la sicurezza dell’associazione di un oppioide – l’ossicodone – con il suo diretto antagonista – il naloxone – suggerendo come tale combinazione possa rappresentare un’alternativa terapeutica più appropriata.
    Durante le 16 settimane di trattamento, il farmaco ha determinato un maggiore beneficio antalgico rispetto al placebo, consentendo inoltre una significativa riduzione dei livelli di ansia e depressione e un minor utilizzo di medicinali dopaminergici di ‘soccorso’. Anche in virtù dei bassi dosaggi impiegati, l’associazione è stata ben tollerata: in particolare, gli effetti sulla funzione gastrointestinale e sul sonno sono risultati di minor conto, rispetto a quanto generalmente si osserva con altri oppiacei».

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