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  • Intervista Hans G. Kress (EFIC) a cura dell’ufficio stampa di Impact Proactive

    Intervista Hans G. Kress (EFIC) a cura dell’ufficio stampa di Impact Proactive

    Leggi e ascolta l’intervista a Hans G. Kress (Presidente EFIC – European Pain Federation) realizzata dall’ufficio stampa di Impact Proactive

    Hans G.Kress

     

     

    Qual è la situazione della terapia del dolore in Europa da un punto clinico e scientifico di vista? Ci sono molte differenze tra i paesi europei?

    «Purtroppo sì: Il Vecchio Continente è da sempre caratterizzato da un eccesso di individualismo. Ciò che vediamo quando guardiamo la mappa dell’Europa è un vero e proprio “patchwork”: e questo è vero non solo da un punto di vista politico, ma è valido allo stesso modo per quanto riguarda la medicina del dolore. Questa varietà dei sistemi sanitari rende difficile confrontare la situazione di un paese europeo con quello vicino, ma, come EFIC (European Pain Federation) abbiamo naturalmente a disposizione informazioni provenienti da molti paesi, e siamo sempre aggiornati sui progressi compiuti da molte delle nostre società associate e dai loro paesi».

     

    Il dolore è uno dei principali problemi che l’Europa deve affrontare? Qual è il suo impatto economico e sociale? Quante ore di lavoro vengono persi a causa di questo problema, quante risorse pesano sulle spalle del benessere dei paesi europei?

    «Si tratta di un enorme onere economico e un enorme carico sociale ma, detto questo, devo anche confessare che questa tematica è ancora molto sottovalutata, a volte addirittura trascurata. L’impatto sulla società non è rappresentato solo dall’onere per il nostro sistema sanitario: questa è la parte meno rilevante. L’aspetto molto, molto più importante è quello dell’onere economico per la società, rappresentato ad esempio dai giorni di lavoro persi per assenteismo e che, solo per i paesi europei, rappresenta una enorme quantità di denaro perso: soldi persi per la società, per le nostre economie. Una stima calcola che circa 500.000.000 di giorni lavorativi all’anno vanno perduti a causa di dolore cronico, e che questo è equivalente più o meno a 34 miliardi (dati: 2005).

    Quindi, si tratta di un problema sociale, ed è una sfida per noi, perché dobbiamo non solo pagare per il servizio medico diretto che viene fornito ai pazienti con dolore cronico, ma anche per i costi che sono generati quando questi pazienti con dolore cronico non sono trattati in modo ottimale, quando sono sotto-trattati, o quando non vengono trattati in modo corretto, generando costi maggiori per il sistema sanitario, a causa di ospedalizzazioni non necessarie, di diagnosi inutili e ripetute, o di trattamenti che possono addirittura peggiorare la situazione, per esempio operazioni non necessarie come alla colonna vertebrale, per fare un esempio classico: abbiamo pazienti che hanno subito diverse operazioni della colonna vertebrale e tuttavia ancora soffrono dal loro mal di schiena cronico, perché una sensazione di dolore non è sempre una indicazione per un intervento chirurgico, ma può essere in molti casi uno stimolo a appropriato a procedere con trattamenti farmacologici e non farmacologici combinati, con quelli come lo chiamiamo noi “concetti di trattamento multi-modello”.

    Dobbiamo essere consapevoli di questa, come la chiamiamo noi, “epidemia invisibile”, sottovalutata proprio perché invisibile. E perché è invisibile? Perché nella maggior parte delle statistiche a nostra disposizione il dolore cronico, come malattia, o come diagnosi, non esiste, e quindi non trova posto nelle statistiche ufficiali. Questo comporta una mancanza di consapevolezza rispetto alla grande importanza di questo problema, perché è sempre nascosto dietro altre diagnosi, come il diabete, diagnosi ortopediche, cancro o altre malattie.

    Questo è uno dei problemi che dobbiamo risolvere, e questo è il motivo per cui oggi siamo in stretto contatto con l’OMS a Ginevra, al lavoro su una nuova edizione del cosiddetto International Classification of Diseases, ICD, che entrerà in vigore dal prossimo anno. Da diversi anni abbiamo un’intesa con l’OMS perché il dolore cronico venga trattato come una diagnosi specifica, e per rendere la sua posizione più visibile in questo sistema di classificazione, che è il più usato per le malattie in tutto il mondo. Se il dolore cronico viene rappresentato in questo sistema, allora apparirà anche nelle statistiche ufficiali delle compagnie di assicurazione, degli ospedali, dei sistemi sanitari. Questo è un passo importante».

     

     

    Qual è la situazione della terapia del dolore in Europa da un punto di vista clinico e scientifico? Ci sono molte differenze tra i paesi europei?

    «Devo confessare che ho davvero ammirato il vostro Governo, e il Parlamento, quando hanno approvato questa legge nel 2010: è stata una sorpresa per molti in Europa… non ce lo aspettavamo dall’Italia (ride, ndr.)! E’ davvero un passo molto importante nella giusta direzione. Tutte le cose che sono state fatte, o almeno che sono state richieste dalla Legge 38 sono incluse anche nella road map della EFIC e nei sette obiettivi strategici e richieste che EFIC pone ai governi. Nel contesto della  Legge 38 l’Italia ha adempiuto a tutti questi punti.

    Io non so nulla circa la  sua applicazione pratica, ma questa è un’ ottima griglia normativa.

    E ciò che è molto importante, a mio parere, è il fatto che nella legge è scritto chiaramente che per raggiungere questi obiettivi deve essere investita an certa quantità di denaro. A volte le leggi sono come le tigri senza denti, perché senza soldi non si raggiungeranno gli obiettivi. Un altro aspetto molto importante della Legge 38 a mio parere è rappresentato dal cosiddetto “Osservatorio Nazionale”, perché il monitoraggio dei progressi (o forse anche il fatto che non c’è progresso) è molto importante: bisogna guardare dove ci sono ancora deficit da colmare, se il denaro viene utilizzato nel modo giusto, o se dovrebbe essere utilizzato in altro modo, se ci sono disparità in alcune regioni (perché sono sicuro che ci siano differenze regionali all’interno Italia). E, da quello che ho capito la Legge 38 prevede anche uno strumento per intervenire, ossia quello di fermare il pagamento: uno strumento molto efficace, come tutti sappiamo (ride, ndr.) ».

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